Dallo studio di un’alga alla possibilità di controllare l’attività dei neuroni con la luce. Francesca Sciacca, biologa dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano e membro del consiglio direttivo dell’Ordine dei Biologi della Lombardia, riflette sul valore della ricerca di base, che ha condotto al Nobel per la Medicina 2026, e sulla necessità di sostenerla anche in Italia.

Tutto è cominciato con una domanda apparentemente lontana dalla medicina: come fa un’alga a percepire la luce? La risposta, cercata attraverso lo studio dei meccanismi molecolari di un organismo unicellulare, ha contribuito ad aprire una nuova frontiera delle neuroscienze. Ed è proprio questa la lezione che Francesca Sciacca, dirigente biologa con specializzazione in Genetica Medica all’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, invita a cogliere dal Premio Nobel 2026 per la Medicina: le grandi scoperte possono nascere dalla ricerca di base, anche quando essa non promette risultati immediatamente applicabili.
Il riconoscimento è stato assegnato a Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel per i contributi dati allo sviluppo dell’optogenetica, una tecnologia che combina biofisica e genetica per controllare l’attività di specifiche cellule nervose. Alla sua origine ci sono le ricerche del gruppo del biofisico Peter Hegemann sulle channelrhodopsins, proteine presenti in alcune alghe, capaci di aprire canali ionici in risposta alla luce e identificate e studiate negli anni ‘90 (PMID: 2015225, PMID:8846778). Introducendo i geni che codificano queste proteine prima in cellule di mammifero, poi in neuroni, i ricercatori hanno reso possibile attivare determinate cellule attraverso stimoli luminosi, ottenendo uno strumento di straordinaria precisione per studiare il funzionamento del cervello (PMID: 14615590, PMID:16116447).
Dalla biologia molecolare alle neuroscienze
«La biologia c’entra sempre, perché è alla base di tutta questa ricerca», osserva Sciacca: «Lo studio delle proteine, la comprensione del loro funzionamento e l’introduzione dei geni corrispondenti in altre cellule sono passaggi che coinvolgono direttamente le conoscenze e le tecniche della biologia molecolare e cellulare».
Il punto che la dirigente biologa considera importante è anche un altro: quelle scoperte non sono nate dalla ricerca di una cura specifica. «Senza lo studio di quella molecola dell’alga tutto questo non ci sarebbe stato», sottolinea, «È questo il valore della ricerca fondamentale: indagare i meccanismi della vita per comprenderli, senza partire prevedendo le applicazioni che potranno derivarne». Anche perché potrebbe accadere qualcosa di molto più grande del previsto.
Oggi l’optogenetica permette di studiare il ruolo di specifici circuiti nervosi nei comportamenti e nelle funzioni cerebrali. Le sue potenzialità vengono esplorate anche in ambito terapeutico, per esempio nelle ricerche sul recupero di alcune funzioni visive (PMID: 34031601), ma il percorso che ha condotto a questi risultati è iniziato molto prima, nei laboratori che studiavano il comportamento delle alghe.

La ricerca di base è un investimento sul futuro
È proprio su questo passaggio che Sciacca, che è anche nel direttivo dell’Ordine dei Biologi della Lombardia, invita a riflettere guardando alla situazione italiana. «La ricerca di base», osserva, «incontra spesso difficoltà nel reperire finanziamenti, soprattutto quando non può indicare risultati clinici a breve termine. Eppure, la ricerca applicata e quella traslazionale, orientate a trasformare le conoscenze scientifiche in strumenti diagnostici e terapeutici, hanno bisogno delle scoperte fondamentali da cui partire».
«Lo scopo è la comprensione», spiega Sciacca. «Mi faccio la domanda e cerco la risposta»: una concezione di “scienza” nella quale il sapere ha valore anche prima che se ne possa misurare l’utilità pratica.
Questo non significa contrapporre ricerca di base e ricerca clinica, ma riconoscere che sono parti di un unico percorso e che, senza continuità negli investimenti, anche le prospettive applicative rischiano di impoverirsi.
Una prospettiva per le biologhe e i biologi
Il Nobel per l’optogenetica offre così un’occasione per ricordare quanto la biologia contribuisca all’avanzamento delle conoscenze scientifiche, spesso attraverso attività di laboratorio poco visibili al grande pubblico. Per Sciacca, valorizzare questo contributo significa anche creare condizioni migliori per chi sceglie oggi una carriera nella ricerca: è necessario offrire opportunità professionali concrete, stabilità e risorse che permettano di affrontare domande scientifiche ambiziose senza doverne dimostrare immediatamente la ricaduta terapeutica.
“Tutto comincia con i fondi destinati alla ricerca. L’Italia investe solo l’1,40% del PIL in ricerca e sviluppo (dato del 2024 riportato da Istat nel settembre 2026, ndr.) mentre la Germania, dove lavorano quasi tutti i premiati, investe più del doppio (3,1% secondo Eurostat). E poi c’è il tema che prima o poi andrà affrontato di come vive la stragrande maggioranza dei ricercatori: pagati poco e precari, sebbene abbiano titoli di tutto rispetto”.
Il messaggio che arriva da questo Nobel riguarda dunque il futuro, prima ancora del passato. Una scoperta nata dalla curiosità verso un organismo microscopico ha cambiato il modo di studiare il cervello. La prossima rivoluzione scientifica potrebbe cominciare allo stesso modo: da una domanda alla quale, oggi, nessuno sa ancora rispondere.
